Biografia

Di Gian Giacomo Menon potrebbe essere sufficiente una biografia telegrafica e ironica (che lui certo approverebbe) sulla falsariga di quella, memorabile, che Eduardo Galeano ha dedicato a Maradona1. Nel caso di Menon basterebbe scrivere per esempio: studiò, insegnò, scrisse poesia. Perché Menon, per anni e anni, praticamente non ha fatto altro: la mattina a scuola per insegnare; il pomeriggio, la sera e la notte in casa a scrivere poesie e a inseguire i suoi fantasmi interiori. Per lui scrivere poesie era come respirare: una necessità vitale, una (la?) ragione di vita. Lui stesso, due anni prima di morire, in un appunto manoscritto confessa di avere scritto, dall’età di 11 anni in poi, non meno di centomila poesie, oltre un milione di versi2.

Oppure potremmo accontentarci della asciutta scheda biografica che lui stesso compilò nel 1966 per la «Fiera Letteraria»3: «Nato in Austria, non lontano dal fiume che segnava il confine del Sessantasei, presto redento dai portatori delle carte rosse4 (mia nonna fece in tempo a confermare la vecchia delle uova), profugo in Stiria nella grande guerra, ho studiato a Gorizia e a Bologna. Da molti anni vivo e insegno a Udine. Dopo un breve esperimento giovanile, non ho pubblicato nulla di quanto sono venuto, foglio dopo foglio, scrivendo per una decisione di assenza consumata in un’amara invenzione che l’improvvisa novità dei tempi pare voglia sostituire». Non è compito facile né agevole tracciare la biografia di un uomo che per una ostinata, sofferta «decisione di assenza» praticata con coerenza e determinazione5, ha trascorso più di metà della sua vita praticamente tappato in casa (a parte l’insegnamento6 e gli inseguimenti amorosi), si è accuratamente nascosto agli occhi dei più, sfuggendo ogni anche pur minimo côté sociale, ha diligentemente cancellato le proprie tracce nel mondo. Anzi, di tracce, sociali e pubbliche, da un certo momento della sua vita in poi non ne ha proprio lasciate7.

Morendo, Menon ha lasciato in casa 25 pacchi di manoscritti e dattiloscritti, il laboratorio poetico dei suoi ultimi anni (1990-1999): sono migliaia di foglietti fitti di versi con correzioni, varianti, cancellazioni che ora fanno parte del Fondo istituito a suo nome alla biblioteca civica Joppi di Udine. Ma in quei foglietti, oltre che i versi, si trovano anche, numerosissime e preziose, quelle che lui definiva «note a margine dello sconforto» (sempre manoscritte e inserite fra parentesi quadre): sono il suo diario intimo, il quaderno delle sue riflessioni, e soprattutto la registrazione della disperazione e dell’angoscia del poeta che, in una lotta atroce con il corpo che si corrompe e si degrada, sente avvicinarsi l’ora della fine mentre il bilancio della sua vita gli appare fallimentare e disastroso (cfr. l’Appendice alla biografia, passim).

Sarebbe comunque sbagliato pensare che Menon fosse fuori del mondo: assente dal mondo sì, ma informato. Fino alla fine della sua vita ha continuato a leggere regolarmente il «Corriere della Sera» (nel quale avvolgeva il registro di classe e col quale, sottobraccio, si presentava a scuola ogni mattina), ma era al corrente delle novità librarie e culturali8.

Tutte le scarse notizie raccolte su di lui provengono da pochissime fonti scritte autobiografiche e da un pugno di testimonianze orali soprattutto di famigliari o di ex allievi. E comunque alla fine di tutto questo lavoro di scavo resta un’acuta consapevolezza: che c’erano più Menon, contraddittori e in conflitto tra loro, che convivevano nella stessa persona e che probabilmente nessuno mai riuscirà a tracciare di lui un ritratto esaustivo e soddisfacente, a disegnarne un profilo veramente completo.

Nato a Medea (Gorizia), allora in territorio austroungarico («a mezzo chilometro dallo Judrio che nel 1866 segnava il confine tra Italia e Austria»), il 24 novembre 1910, Menon era figlio di Silvia Traversa («Bella e ambiziosa, aveva studiato in un collegio femminile austriaco», ricorda oggi la nipote Annasilvia Bombi) e di Giuseppe (Beppo) Menon9, «irredentista e iscritto nell’elenco degli italianeggianti», maestro elementare fino al 1919 in una scuola italiana a Graz (Gian Giacomo vi frequentò le elementari), quindi ispettore scolastico capo a Gorizia e in seguito, dopo il trasferimento della famiglia a Udine nel 1937, vice provveditore agli studi nel capoluogo friulano. Uno zio era Domenico Menon, autore della raccolta Lis vilotis furlanis (edizioni della Società Filologica Friulana). «Nella sua infanzia ha respirato aria contadina e cristiana », si legge nella scarna nota autobiografica che chiude I binari del gallo, la raccolta di suoi versi pubblicata dall’editore Campanotto nel 1998: e infatti sia il mondo contadino – con il suo lessico specifico (attrezzi, piante, animali), i suoi odori, suoni e topoi10 – sia l’atmosfera cristiana ritorneranno continuamente e diffusamente nei versi del poeta fino alla fine della vita. Nel 1921 la famiglia si trasferì in una casa in affitto a Gorizia e nel capoluogo isontino Menon frequenterà il ginnasio-liceo, portato a termine brillantemente («Nino aveva 9 in greco – racconta la sorella Marucci -; era studioso e diligente, ma anche un po’ nevrotico»11). Tra i suoi insegnanti a Gorizia ci furono il futuro germanista Ervino Pocar (Pocarini) ed Enrico Mreule (1886-1963), singolare ed eccentrica figura di intellettuale giramondo al quale Claudio Magris ha dedicato qualche anno fa un’intensa biografia romanzata12. All’esame di Stato Menon ottenne la votazione più alta: 7,2 («la massima media del tempo, il migliore», preciserà puntigliosamente il poeta alla soglia dei novant’anni, stilando il proprio albero genealogico e una sommaria autobiografia)13.

Nel 1929 Menon si iscrisse all’università di Bologna dove, facendo il pendolare con Gorizia, conseguì («in tre anni e mezzo») una prima laurea in giurisprudenza14 (il 12 luglio 1933, votazione 100/110) alla quale fece seguire una seconda in filosofia15 (il 12 novembre 1937, votazione 108/110) dopo una crisi personale dovuta alla «ripugnanza per il mondo giuridico». Giovanissimo, Menon aderì al movimento futurista (la cui sezione giuliana era stata fondata da Sofronio Pocarini, fratello di Ervino Pocar) firmando con l’artista Tullio Crali (1910-2000) un manifesto programmatico16 e facendo rappresentare al teatro Petrarca di Gorizia, con scenografie dello stesso Crali, una piéce: Delitto azzurro, sempre di ispirazione futurista (di questo debutto teatrale finora non sono state rintracciate prove documentali; e per ora ci si deve accontentare delle poche righe che in proposito ci ha lasciato l’aeropittore nel suo sintetico diario-autobiografia conservato al Mart di Rovereto17). Due anni dopo, nel febbraio del ’31, Menon sigla sull’«Eco dell’Isonzo» un’entusiastica recensione sulla partecipazione di Crali alla mostra collettiva di arte futurista inaugurata un mese prima a Padova da Filippo Tommaso Marinetti in persona. Tra gli amici degli anni goriziani va ricordato lo scrittore, giornalista e poeta Carlo Luigi Bozzi (1894-1973), padre di Paolo, psicologo, studioso della percezione e filosofo; tra le amicizie intrecciate negli anni successivi spicca sicuramente quella con l’antropologo Carlo Tullio Altan, padre del noto disegnatore creatore della Pimpa.

Già al liceo scrive poesie e racconti che poi pubblica su giornali o riviste goriziani18: il n. 11 del 1929 del periodico goriziano «Squille Isontine» ospita tre sue poesie (San Donato in monte, La vergine del castello e Viaggio) sotto il titolo cumulativo Riflessi di cielo; altri scritti di Menon compaiono in quel periodo sull’«Eco dell’Isonzo»: Il frate del castello; Fola di Natale (25 dicembre 1930), Impressioni nuove (siglato men, 7 aprile 1931), la novella umoristica Il canarino; Greta e Kometé (numero unico del Circolo della stampa allegato all’«Eco dell’Isonzo» del 29 gennaio 1931).

Nel 1930 pubblica a sue spese, raccogliendoli in un libretto, i versi di ispirazione futurista che era andato pubblicando sulla rivista dell’amico Pocarini: è il leggendario il nottivago – versi liberi19 (leggendario perché l’autore, quasi a voler sconfessare quella prima ingenua e giovanile prova, rastrellò, facendole sparire, tutte le copie in circolazione; presa di distanze che non gli impedì, molti anni dopo, di continuare a regalarne qualcuna a pochi eletti o elette). Il titolo del volumetto – che l’autore dedicò «A Mary che ha i capelli troppo bruni e l’anima troppo bionda…» – è una citazione dal libro sacro di Eraclito di Efeso20 dove il filosofo greco raccolse, originariamente pare senza alcuna punteggiatura, una serie di massime, vaticini, espressioni quotidiane, ambiguità lessicali, illuminazioni poetiche e sentenze oracolari enigmatiche, paradossali e oscure. Contrariamente a una vulgata dura a morire, F.T. Marinetti non scrisse una prefazione vera e propria per il nottivago, ma espresse un giudizio lusinghiero seppur sintetico sul libretto («Ingegno indiscutibile. Sensibilità futurista. Immagini audaci») che venne riportato sulla fascetta editoriale. Quale migliore réclame di un apprezzamento del padre del futurismo italiano?

Prima di approdare al liceo classico Jacopo Stellini di Udine – dove insegnò storia e filosofia ininterrottamente dal 1939-40 al 1968-69 (e in precedenza anche nel 1937-38) -, Menon ebbe incarichi nel ginnasio-liceo italiano di Tolmino (a 23 anni), nell’istituto tecnico e in quello magistrale di Gorizia e nelle magistrali a Udine21.

Richiamato alle armi come soldato semplice nell’artiglieria pesante da campagna, venne scartato alla visita di leva («Per la forte emozione ebbe una crisi cardiaca con palpitazioni che venne scambiata per una forma patologica», ha ricordato sorridendo la sorella che abbiamo intervistato nel febbraio 2012). Durante il ventennio fascista (iscritto al Pnf il 21 aprile 1932 e all’Associazione fascista scuola nel gennaio 1934), dovette insegnare e collaborare con i gruppi rionali fascisti, la Gil e il Guf, ma fu sempre, anche grazie al clima respirato in una famiglia di sentimenti socialisti, un convinto antimilitarista e antifascista.

Il 15 aprile 1945 sposò l’ex allieva Silvia Sanvilli (Udine, 1922-2013). Non hanno avuto figli; Menon era ferocemente contrario alla procreazione («Non riproducetevi!», intimava perentorio ai suoi allievi, soprattutto alle femmine). Brillante parlatore e intrattenitore, impeccabile e raffinato nel vestire, fino ai 47 anni ebbe un’intensa vita mondana e sociale partecipando a feste, frequentando locali pubblici, coltivando amicizie nel mondo intellettuale e culturale udinese. Poi, per ragioni intime personali e probabilmente famigliari, la svolta improvvisa con la decisione di sottrarsi a una dimensione pubblica e sociale (ma assolutamente senza chiudere gli occhi sul mondo). Fino alla fine della sua vita Menon fu inesorabilmente attratto e affascinato dalle donne, soprattutto dalle jeunes filles en fleur, sulle quali esercitava un irresistibile potere seduttivo. Sull’argomento basti questo. E se chi lo ha conosciuto può stupirsi o addirittura rammaricarsi per l’assenza in queste note biografiche menoniane di un apposito capitolo dedicato alla sua vita sentimentale, consideri che le difficoltà e i rischi connessi a una simile impresa la rendono impossibile (perfino George Steiner, che pure avrebbe potuto dire qualcosa di decisivo e forse di pionieristico in materia, ha rinunciato, sia pure a malincuore, a scriverci sopra un libro: «Anche l’indiscrezione esige dei limiti»22).

Dal 1971 al 2012 dieci musicisti23 – tra i quali spiccano Piero Pezzè e James Dashow – hanno scritto spartiti ispirandosi alle poesie di Menon (le musiche di sette di loro sono state registrate nel cd allegato a questo libro). Nel tardo pomeriggio del 6 marzo 1972 al Teatro delle Mostre di Udine, a cura dell’Agimus, gli venne dedicato un concerto24 di musicisti regionali che si erano ispirati a sue poesie (ma lui non si presentò, coerente con la sua drastica scelta di assenza) con la partecipazione di Elena De Martin (mezzosoprano) e di Giuseppe Botta (tenore), accompagnati al pianoforte da Daniele Zanettovich. Vennero eseguite musiche di Cecilia Seghizzi, Enrico De Angelis Valentini, Franco Dominutti, Pezzè e dello stesso pianista. I brani musicali composti da Pezzè (che musicò le tre poesie non chiedere il cedro alle colombe, vengo con zufoli di creta e scambiati zodiaci) vennero eseguiti nuovamente 23 anni dopo, martedì 11 aprile 1995 nella sala del convento delle Orsoline a Cividale del Friuli e il giorno successivo nel Salone del Parlamento del Castello di Udine, in un concerto in memoriam nel quindicinale della morte (all’esecuzione il duo Mirna Pecile voce e Natascia Grebeniouc pianoforte). I due spartiti per voce e pianoforte dedicati a non chiedere il cedro alle colombe e vengo con zufoli di creta sono stati eseguiti nuovamente il 4 febbraio 2013 nella Sala Ajace di Udine durante un concerto-omaggio a Pezzè nel centenario della nascita per iniziativa degli «Amici della musica» del capoluogo friulano presieduti dalla professoressa Luisa Sello (Alessandra Schettino voce soprano, Ferdinando Mussutto pianoforte).

Commentando la sua scelta, Pezzè scrive: «I finissimi versi del Menon, pieni di immagini fantastiche, caldi di sentimento, animati da una ritmica varia e stimolante, mi hanno suggerito una lettura musicale che mi sono proposto lineare nella struttura, sollecita nella espressività del canto e discreta nella partecipazione strumentale di sostegno»25.

In data imprecisata ma posteriore al 1992, Menon spedì a James Dashow26, marito della nipote Annasilvia Bombi, 30 poesie-prose dattiloscritte come suo solito su foglietti volanti (il primo contiene soltanto la parola «grazie») e composte in un arco di tempo di circa 15 anni (a partire dal 1977). In esse l’autore spinge al massimo la sperimentazione lessicale, inoltrandosi in invenzioni verbali la cui musicalità/sonorità prevale e occulta ulteriormente l’aspetto seman6 tico. Ispirandosi a due di esse – i fermagli notturni e la carta dell’ombra e come là dove le solitudini e l’onda della terra – il destinatario ha scritto una composizione per soprano, pianoforte e suoni elettronici.

Poco indulgente con la quasi generalità dei colleghi, Menon non amava far comunella e non coltivò con loro legami di amicizia e colleganza, né dentro né fuori della scuola, che andassero al di là dello stretto necessario (in pratica gli scrutini o gli esami). Con qualche rarissima eccezione, una delle quali fu Alessandro Ivanov, intelligente, brillante e un po’ bislacco insegnante di italiano e latino, uno dei pochissimi che parve essergli congeniale e con il quale nell’immediato secondo dopoguerra Menon si divertì a scrivere a quattro mani racconti sboccati e licenziosi che poi i due riuscirono a farsi pubblicare, in forma anonima, su riviste o giornali. Menon e Ivanov furono visti spesso confabulare, discutere e ridere tra loro a riprova di una evidente complicità tra i due27.

Considerato il carattere e lo stile di vita, su Menon sono sempre fiorite le dicerie e le voci più fantasiose e improbabili come ad esempio quella che lo voleva iscritto «a un’associazione internazionale di magia, ossia di illusionismo»28. La testimonianza della sorella fa finalmente giustizia di simili bufale: «Nino – ci ha raccontato Marucci – partecipò qualche volta per gioco a sedute spiritiche, per intenderci quelle con il tavolino a tre gambe che trema, nella casa udinese di un amico, un tal Rapuzzi29. Ma erano cose fatte per scherzo da giovanotti che avevano voglia di divertirsi e di ridere un po’ per alleggerire il terribile e opprimente clima provocato dalla guerra. Sarà stato il ’43 o il ’44… Nient’altro più di questo. Figurarsi se uno con le idee di Nino si faceva incantare da quelle scemate».

Contrariamente a quanto i suoi studenti erano portati a pensare e a vedere di lui dal mero lato della scuola (anzi: che lui induceva a pensare e vedere), fuori dello Stellini c’era un Menon che non ti saresti aspettato. «Nino (così Menon veniva chiamato in famiglia, ndc.) era un grande amante della natura – ci ha detto la moglie Silvia Sanvilli riferendosi ai primi anni di matrimonio, in un ricordo forse un po’ accomodato e alterato dalla lontananza -; e gli piaceva tanto il mare. Quello di scoglio, però; Lignano non la sopportava, era finta e volgare diceva! Nino nuotava come un pesce e quand’eravamo in vacanza, a Grado, in Liguria o in Puglia, passava le mattinate in acqua. Poi il pomeriggio leggevamo e facevamo qualche passeggiata con il cane. Nino stava volentieri in compagnia e si faceva amici dappertutto dove andavamo»30. Aveva una grande paura degli aerei, curiosa idiosincrasia per un ex futurista! Fu sempre un ciclista nell’animo anche se fin dagli anni Cinquanta aveva avuto un’automobile, prima una Topolino e poi un Cinquino Fiat (e vederlo par7 tire a singhiozzo con quella sua vetturetta bianca agitando la mano fuori del finestrino per salutare, era uno spettacolo che raramente ci perdevamo dalle finestre della nostra aula)31.

La moglie ha anche raccontato che negli ultimi tempi – Menon è morto nel dicembre del 2000 -, quando il poeta non riusciva quasi più ad alzarsi dalla poltrona con la cagnolina Toi32 placidamente accovacciata tra lui e lo schienale, il marito aveva «fatto amicizia» con un uccellino che tutti i giorni veniva a posarsi sul terrazzo dell’appartamento di via Carducci. «La cosa è andata avanti per mesi e Nino stava lì a guardarselo in silenzio, compiaciuto e felice»33. Menon ha pubblicato poco, praticamente niente rispetto a quanto ha scritto nel corso della sua lunga vita: oltre al già citato nottivago, 17 poesie comparse sul n. 32 (anno XLI) del settimanale «La Fiera Letteraria» del 18 agosto 1966 e la raccolta I binari del gallo (ma in origine il titolo scelto era Geologia dei silenzi34), selezionata dallo stesso autore con prefazione di Carlo Sgorlon e Maria Carminati. Nella casa ormai vuota di via Carducci 48, su un ripiano basso della libreria, c’è ancora la macchina per scrivere Olivetti con la quale Menon trascriveva i suoi manoscritti, battendo solo e rigorosamente con due dita!

Si tenta qui, infine, di delineare la genealogia filosofica e poetica di Menon, il suo canone, provando a individuare i suoi maestri e le sue fonti, i punti di riferimento privilegiato, le correnti culturali o i pensatori cui si è maggiormente ispirato, gli autori verso i quali sembra maggiormente debitore e dai quali più ha tratto esempio, spunto, conforto e alimento per il proprio pensiero, la poesia e la stessa condotta di vita. Nel farlo ci si è serviti ampiamente delle citate «note a margine dello sconforto»35 che il poeta, nel decennio 1990-199936, ha appuntato a mano sul bordo dei foglietti su cui scriveva (o dattiloscriveva) le poesie.

Ricordato che Menon aveva una solidissima formazione classica e umanistica, dal punto di vista filosofico la sua concezione/visione del mondo era sicuramente debitrice di Epicuro (che in un appunto del febbraio-aprile 1997 il poeta definisce icasticamente «scozzonatore di vergini») e in particolare del suo monito: «Vivi nascosto», ma anche di Epitteto, di Gorgia e Protagora, dei Sofisti e degli Stoici, degli Scettici e dei neo-pirroniani (in particolare con riferimento al concetto di ἐποχή), di Pascal, Schopenhauer e Leopardi37, di Ortega y Gasset e di Carlo Michelstaedter (del quale ha sempre parlato a lungo e con insistenza ai suoi allievi liceali). In un appunto dell’agosto 1996 scrive: «Io non ho avuto idoli, forse due: Rensi e Baudelaire e forse Rimbaud» (ma in un appunto dell’aprile-maggio ’97 rivendica orgogliosamente: «Non mi occorrono maestri, io ho quello che mi occorre. Ogni uomo è sé, nessun paragone fra uomini, solitudine essenziale», per poi correggersi nel luglio 1996 quando ammette che «l’uomo, il maestro, il poeta ha bisogno di consensi, di accettazione»). È sicuramente Giuseppe Rensi (1871-1941), filosofo solitario e inattuale per eccellenza, il pensatore che sembra aver più profondamente influenzato il poeta: basti pensare alla «isostenia dei logoi», da Menon costantemente predicata, oppure alla concezione rensiana della storia come caso e ripetizione e quella dell’uomo come preda inerme e nuda del caso e della paura, concetti che Menon aveva interiorizzato e fatto propri, che continuamente ci ripeteva e riproponeva in aula e che condizionavano anche vistosamente il suo modo di insegnare la storia38. In un appunto dell’ottobre 1997 scrive: «Il caso, sì il caso, nessuna legge né di natura né di spirito, né bassa né alta». Nel novembre 1995 aveva elencato i capisaldi del suo pensiero, il suo identikit esistenziale: «Soggettività spinta, dubbio sistematico, isostenia, fede oscillante, paura, viltà, epoché». Una forte influenza su di lui ha sicuramente esercitato Nietzsche (con la sua convinzione dell’impossibilità di raggiungere la verità, per esempio; oppure: «Non esistono cose, esistono interpretazioni di cose, fatti di coscienza, della mia coscienza», annotazione del settembre-ottobre 1997)39. Influenza nicciana esercitata probabilmente anche riguardo alla fede e alla religione: Menon, infatti, nelle sue «note marginali» e nelle sintetiche autobiografie40 che ha periodicamente continuato a scrivere fino all’ultimo anno di vita preoccupato di lasciare di sé una identità esatta e, per così dire, autocertificata, non si dimentica mai di ribadire e sottolineare l’aria contadina e cristiana respirata nell’infanzia. Nei versi scritti negli ultimi dieci anni di vita, il poeta nomina, invoca, cita spesso Dio e soprattutto il Cristo41, quest’ultimo, forse, di nuovo in senso nicciano come l’unico vero cristiano contrapposto alla Chiesa e al Cristianesimo42. E poi ancora, per motivi e con influenze diverse, Menon si rifà a Heidegger (per anni ha continuato ad adottare come lettura da portare all’esame di Stato Was ist Metaphysik?), a Wittgenstein (di quest’ultimo in particolare ripeteva alcune affermazioni relative al solipsismo: io sono il mio mondo; i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo; su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere), al neopositivismo logico della Scuola di Vienna e alla filosofia del linguaggio.

Per quanto riguarda la poesia, al lettore appare subito evidente il grande debito che Menon aveva con i simbolisti francesi: Rimbaud («Non so quanto e come capito», febbraio-aprile 1997) e Baudelaire soprattutto, ma anche Mallarmé, quindi Valery e il russo Sergej Esenin43. Sono questi cinque i suoi numi tutelari, una discendenza diretta da lui stesso più volte segnalata e sottolineata44. Menon sembra aver assimilato la lezione di Mallarmé (le parole implicano l’assenza di ciò che designano, il linguaggio è ontologicamente vuo9 to), ma la supera (il linguaggio è ontologicamente pieno anche se ermetico ed enigmatico). Come ogni vero poeta, Menon ha saputo confrontarsi «con una condizione di esilio dalla realtà e dalla lingua» (Josif Brodskij), conquistare la propria realtà (o riviverla nella memoria) e definire/creare una propria lingua45. Per riuscire a parlare, a (de)scrivere il suo mondo si è dovuto creare una lingua poetica personalissima da lui volta a volta impiegata su registri alti/aulici, medi o plebei e nella quale si possono qua e là cogliere influssi, impasti, inserzioni, sonorità da lingue, linguaggi e dialetti i più disparati. «Della mia poesia – annota nell’ottobre 1997 – non bisogna preoccuparsi dei contenuti né dei messaggi o dei racconti ma di strutturazione delle parole, dei ritmi, degli incastri, degli accostamenti, travestimenti, tradimenti». E l’anno seguente puntualizza: «[La mia poesia è] tutta basata sul ricordo, sulla memoria e sulla trasfigurazione simbolica della realtà» e ne fissa le caratteristiche fondamentali: «Prosodia, metonimia (la figura retorica principale delle mie poesie, una parola per dire altro, una parola simbolo di altro), simbolismo, nominalismo, scomposizione». E così, trasfigurando e inventando, Menon riesce a compiere la titanica impresa di rinominare il mondo, la vita vissuta, il presente e i ricordi. Forzando il lessico ai limiti dell’indicibile, Menon sembra aver fatto suo il lapidario appello di Paul Celan (poeta che a scuola, curiosamente, non ricordo che abbia mai nominato) per una lingua «a nord del futuro» visto che la Sprache, il Logos erano degenerati in Prosa a sua volta corrotta in Gerede, in chiacchiera, fino alla sprezzante, orgogliosa, estrema provocazione che per anni e fino alla fine ha continuato a sibilare: «Non mi piacete, non mi siete mai piaciuti»46.

Ricchi come sono di indicazioni, precisazioni, chiarimenti, sottolineature gli appunti a margine costituiscono un indispensabile strumento per penetrare nel laboratorio poetico di Menon, sono le necessarie «istruzioni per l’uso» che a ogni suo lettore conviene avere con sé. Ecco perché, nonostante possa apparire un appesantimento del testo, riteniamo comunque utile darne largamente conto in nota e nell’Appendice alla biografia47.

Chi scrive ha calcolato, sicuramente per difetto, che Menon fra il 1993 e il 1999 abbia scritto almeno 14mila poesie, il che vuol dire 5,5 poesie al dì per ognuno dei 2.555 giorni del periodo. Nino ha sempre scritto molto, ma negli ultimi 10 anni di vita, bloccato forzatamente in casa a causa dell’età avanzata e del fisiologico decadimento fisico aggravati da acciacchi e malattie varie (compresi diversi ricoveri ospedalieri), sembra aver centuplicato la produzione poetica. In quegli ultimi anni ha scritto con una specie di furia febbrile, in modo compulsivo. Perché? Già molto anziano Menon scopre, indignato sorpreso e sgomento, non solo che il suo corpo non risponde più come lui vorrebbe, ma soprattutto che la sua solitudine e il suo isolamento sono irrimediabili. Lui, la tragica solitudine dell’essere umano, in precedenza l’aveva sempre teorizzata e predicata, perfino con cinica spavalderia intellettuale, ma soltanto ora ne sperimenta davvero gli effetti sulla propria pelle, sente il cocente rammarico di aver avuto/voluto «una vita non vissuta», solo ora assume la piena e dolorosa consapevolezza che fin lì dov’è arrivato nessuno, nessuno lo ha accompagnato, che i giochi sono ormai fatti e non si può più tornare indietro.

Eppure, alla fine, quanto avrebbe voluto un braccio al quale appoggiarsi, una piccola mano da stringere, un cuore di cui ascoltare il palpito, qualcuno da cui trarre un po’ di calore. Perché lui è ancora capace di farsi accendere e devastare dalle cose dell’amore48. E allora che fa? Cerca di liberarsi di tutto il superfluo49. Si butta in quello scrivere «matto e disperatissimo», si stordisce con la scrittura per ottundere il dolore, per tentare – vanamente – di allontanare da sé l’ombra della fine, il fantasma della Vecchia Mietitrice che gli alita sul collo. Specularmente a Katherine Mansfield che non voleva morire per poter scrivere ancora e ancora, Menon scriveva ancora e ancora per non morire. Che altro poteva fare?50

Occorre sapere altro o di più su di lui?51 Certo sarebbe sciocca presunzione pretendere di racchiudere in poche paginette e qualche nota a corredo una vita intera, una vita come quella di Menon, «filosofo del nulla e poeta assoluto » (Sgorlon), che sembra fatta di niente, ma che è in realtà una foresta lussureggiante. Ora però il lettore ha probabilmente qualche utile informazione e avvertenza in più per incamminarsi nell’Holzweg menoniano («La natura è brutale, cattiva, solo da salvare forse un sentiero fra i pini») dove però dovrà comunque perdersi (e auspicabilmente ritrovarsi) da solo. Come scrisse 47 anni fa «La Fiera Letteraria»: «Di Gian Giacomo Menon non sappiamo quasi nulla. Sappiamo solo che è un poeta, un vero poeta, ed è questa forse l’unica cosa che conti». Quel che è certo era pazzamente innamorato della «vita incandescente delle parole»: quello è stato il più grande, fedele, immutabile, ossessivo e probabilmente unico vero amore e conforto della sua vita. Ma non lo pensavano anche Franz Kafka («La lingua è un’amante perpetua ») e André Breton («Le parole fanno l’amore» anche se derivano «dalla bocca d’ombra»)?

Cesare Sartori

Note alla biografia:

1 «Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto», da E. GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio (El fútbol a sol y sombra), Sperling & Kupfer, Milano 1997.

2 Annotazione manoscritta di domenica 10 agosto 1997 (Fondo Menon): «Ho scritto finora dal mio anno 11 più di un milione di versi, centomila poesie se di dieci versi l’una, novità nessuna, solo esasperazione problemi e non problemi del mio tempo». È nota agli studiosi l’enorme volume di scrittura di Biagio Marin (almeno tre poesie al giorno per anni), ma azzardiamo l’ipotesi che Menon abbia battuto ogni record di scrittura («ho volutamente esagerato dicendo il più grande mondiale», precisa autoironico in un appunto febbraio-aprile 1997, ma forse non era andato così lontano dal vero nell’attribuirsi quel record). Ci sembra opportuno e di grande interesse riportare qui anche un’annotazione autobiografica precedente (novembre 1995): «Un comando: se queste mie poesie dovessero mai essere pubblicate, dico di pubblicarle a blocchi chiusi senza divisione di versi, come prosa, senza punti, senza virgole, senza maiuscole anche nomi prop[r]i (…). Finora le mie poesie sono più di 100000, dicendo 10 versi l’una in tutto più di 1 milione di versi cominciati a scrivere a 11 anni, poi a intervalli, poi continuativamente, pubblicate circa [nel] 1929 su ‘Fioretto’ ‘Squille isontine’ Gorizia, poi 1930 raccolte in volumetto a mie spese 100 circa, poi tentato di pubblicare con gennaro (?) anni 50, poi [...] fece pubblicare su ‘Fiera letteraria’ 1967 [in realtà agosto 1966, ndc.] 17, poi tentato su mia richiesta con sgorlon, poi più nulla, qualcosa [...] in traduzione friulana [...] e pochi o nessuno ne scrisse, pochi o nessuno se ne occuparono, una volta lontana CB [Menon si riferisce all’amico carissimo Carlo Bonnes, autore a 20 anni del saggio critico Il Dolce stil novo, Modena 1939, morto tragicamente poco dopo, «l’unico – scrive Menon in una lettera dell’agosto 1968, ora in G.G. MENON, Poesie inedite 1968-1969, Aragno, Torino 2013, p. 134 – che nella mia lunga esperienza mi sia stato affettuosamente vicino nella giusta misura della poesia. L’unico, confermo».] che scrisse breve commento, poi recentemente con saltuaria attenzione E(?) R(?) che ne scrisse anche qualche riga a commento. Circa una decina di stili nell’uniformità. Poco in francese poco in friulano. Versi liberi, vedi quaderni [non sono stati ancora ritrovati, ndc.] e pubblicati(?) sonetti poi anni 50 ancora e sempre versi liberi, solo qualche sonetto, qualche traduzione, ricordare paratassi(?), ricordare esercizi lettura. Filosofia: soggettività spinta dubbio sistematico isostenia fede oscillante paura viltà. La mia vita: medea, visco 2 anni di età(?) (…), poi austria, lubiana, lutenberg(?) e a tre (anni?) graz a lungo, 1918 o 1919 medea fino 1921, poi gorizia, poi udine 1937 e qui morto. Amori due soli sicuri senza tradimento, due soli e uno solo lungo sincero. Alcuni molto brevi, superficiali o 1 x svago. Mai tradito. Abbandonati 2 o 3 volte, di solito io (…). 2 soli sicuri e l’ultimo il più sicuro, il più vero, il più profondo. E un’ammirazione senza amore o [...] un lampo senza svolgimento né contatto (…). Studiato: graz, medea, gorizia, bologna; insegnato tolmino, gorizia, udine. Vissuto medea, visco, medea, austria, lubiana (…), lutenberg, graz, gorizia, udine (…), bologna». Carlo Bonnes era nato a Gorizia nel 1913 e cadde in un’imboscata nell’agosto 1942 durante un rastrellamento sul fronte jugoslavo. Liceo nella città natale, studi e laurea alla Sapienza di Roma. Grande lettore, studente brillante, appassionato di filologia romanza, Bonnes fu l’allievo prediletto di Giulio Bertoni (1878-1942). Oltre al saggio critico Il Dolce stil novo (Istituto di Filologia Romanza della R. Università di Roma, Studi e testi, Società Tipografica Modenese, Modena, 1939, pp. 104), Bonnes ha lasciato centinaia di poesie inedite e altri scritti. Un anno prima di morire in guerra aveva sposato Bianca Maria Sforza di Corinaldo (Ancona), erede di un nobile casato marchigiano. Dobbiamo queste informazioni all’unica figlia di Bonnes, Miriglia, nata un mese dopo la morte del padre e che è stata fino al 2012 professore ordinario di psicologia sociale alla Sapienza.

3 a. XLI, n. 32, giovedì 18 agosto, pp. 6-7.

4 Le «carte rosse» erano le cartelle delle tasse del Regno d’Italia

5 Eppure, paradossalmente, si potrebbe perfino sostenere che con la sua scelta di assenza praticata in modo ferreo, Menon in qualche modo si sia «preso cura di sé», abbia condotto «una costante manutenzione di sé» durata per più di metà della sua vita. Quel ripiegamento su sé stesso, se così inteso, non avrebbe allora i caratteri del solipsismo, come a prima vista potrebbe sembrare, ma equivarrebbe a una «valorizzazione della propria forza onde evitarne la dissipazione sia in termini cognitivi sia emotivi ed esistenziali» (sono debitore di queste riflessioni a S. NATOLI, Le parole della filosofia, Feltrinelli, Milano, 2004, pag. 133).

6 «Per me andare a scuola a insegnare era una festa», nota manoscritta agosto 1996

7 Più volte, nelle note scritte a margine dei fogli dove appuntava o dattiloscriveva i suoi versi, Menon fa riferimento al Λάθε βιώσας di Epicuro (Usener, fr. 551) o alla pensée n. 139 di Blaise Pascal (edizione italiana a cura di M. F. SCIACCA, Principato, Milano 1965, la stessa su cui ci fece studiare nell’anno scolastico 1966-1967): «(…) ho scoperto che tutto il male degli uomini viene da una sola cosa: non sapere stare in riposo in una stanza (…)».

8 Per esempio, limitatamente al decennio 1990-1999, in capo a numerose poesie si trovano citazioni di libri o dediche ad autori che aveva letto o stava leggendo. Citando alla rinfusa: Gabriel Garcìa Marquez («santo Gabriel»), Macondo, Petra Cotes e Cent’anni di solitudine (agosto-settembre 1997), Fleur Jaeggy, Eugenio Montale, un rifacimento in versi di Il vischio di Pascoli, la scrittrice inglese per l’infanzia Elizabeth de Beauchamp Goudge, Grazia Livi, Muriel Spark, Browning (Robert?), Corbière, Hofmansthal, Marguerite Yourcenar, Carla Cerati, perfino Jamaica Kincaid e Patricia Cornwell apparentemente così lontane da quelli che si presumeva fossero i suoi gusti, Giampaolo Dossena con la sua Storia confidenziale della letteratura italiana («Dossena dopo il IV volume un giudizio è una scrittura geniale scintillante senza equivoci è di un’informazione infinita, prodigiosa, inaspettabile, non non non per la scuola, non dice niente di costruttivo didatticamente, solo un abilissimo gioco di curiosità esterne; ripeto a gran voce: Dossena geniale, ricchissimo, incredibile [ma] non per la scuola, non c’è niente lì da imparare, solo curiosità e la massa stragrande di informazioni particolari sbalestra(?), provoca confusione, smarrimento» [sottolineature nell’originale, ndc.).

9 «Il nonno era un uomo molto taciturno – ricorda oggi la nipote di Nino, Annasilvia Bombi -, ma un grande raccontatore di storie e di favole ai figli».

10 Per esempio i gelsi, l’issopo, l’artemisia, la melissa, il lepre (sempre al maschile come in friulano), il cjast (granaio), l’erba medica, i campi, gli uccelli e i loro nidi, le stalle, i carri del fieno, la falce e l’aratro, la vite e l’edera, i piviali e i turiboli, gli incensi e le sta13 gioni, le pietre e le acque, il falco e la roncola, la collina e i grilli, l’aia e i cani, gli zoccoli dei cavalli e gli orti, i boschi e le redole, il solco e il rigagnoli, le rane e i fiori di campo, le giostre e le processioni, il capelvenere e i muschi…

11 Menon era piuttosto basso di statura e non faceva niente per riuscire simpatico, ma grazie all’indiscutibile fascino che emanava riusciva a far dimenticare questi dettagli all’interlocutore. Eppure, come racconta la sorella Marucci, fin da giovane Nino era molto complessato a causa della bassa statura e durante l’adolescenza questa sua caratteristica fisica gli provocò grande sofferenza. «Anche le sue bizzarrie nascono in gran parte come reazione a ciò. Ricordo che sui vent’anni stette in silenzio per due mesi ‘per riflettere su sé stesso’ così dichiarò. Io invece attribuivo quei suoi atteggiamenti bizzarri e provocatori a una crisi adolescenziale in ritardo», conclude ridendo la sorella.

12 C. MAGRIS, Un altro mare, Garzanti, Milano 1991

13 Annotazione del settembre ’98: «Studiò a Graz, Medea, Gorizia, Bologna, studi strettamente umanistici, vita fortunata, scrisse molto, troppo». E nell’agosto ’96: «Miei studi [di] lettere sempre dilettanteschi, nessun approfondimento, solo superficie, schema, scolasticità».

14 Al n. 8896 dell’archivio storico degli studenti dell’università di Bologna è segnalato Giangiacomo Menon, di Medea (Gorizia), laureato in giurisprudenza il 12 luglio 1933 discutendo con il professor Alfredo De Marsico (1888-1985), ordinario di diritto e procedura penale, una tesi dal titolo: Il vizio parziale di mente nel diritto penale e nella medicina legale. Tra i docenti di giurisprudenza in quegli anni a Bologna c’erano Pier Silverio Leicht (storia del diritto italiano), Arturo Carlo Jemolo (diritto ecclesiastico), Edoardo Volterra (istituzioni di diritto romano).

15 Con una tesi su L’individualismo stirneriano, relatore Giuseppe Saitta (1881-1965), ordinario di filosofia teoretica. Menon fu uno dei 13 laureati in filosofia di quell’anno. Tra i docenti della facoltà c’erano Natalino Sapegno (letteratura italiana), Rodolfo Mondolfo (storia della filosofia), Galvano Della Volpe (storia della filosofia moderna), Alfredo Panzini (letteratura italiana), Roberto Longhi (estetica), Ettore Galli (storia della filosofia medievale). Per le notizie provenienti dall’archivio storico dell’Alma Mater Studiorum chi scrive è con gratitudine debitore della dottoressa Daniela Negrini.

16 Cfr. Razzi Futuristi. Come diventammo futuristi, programma di intenti futuristi firmato Dinamite [Gian Giacomo Menon], sull’«Eco dell’Isonzo», 1929, sta in Fondo Crali 1.34, Mart di Rovereto.

17 Scrive Crali: «1929: conosco G. Menon, studente liceale intelligente e curioso di Futurismo. Quando legge i miei libri, s’infiamma e scrive un articolo Come diventammo futuristi pubblicato sull’«Eco dell’Isonzo» di S. Pocarini. Fu Menon a farmelo conoscere e a farmi scoprire che Pocarini era stato nel 1919 il fondatore del Movimento Futurista giuliano. 1930: Discussioni vivaci con Menon in una vecchia osteria a leggere Kn [Vasilij Kandinskij definì il libro: ‘Il Vangelo dell’arte astratta’, ndc.] di Carlo Belli. Scrivo sintesi teatrali e ne creo le scenografie. Con Menon mettiamo in scena al teatro Petrarca [di Gorizia] il suo Delitto azzurro; noi due registi e attori. La mancata prefazione di Marinetti al libro di poesie di Menon Nottivago determina forse il suo repentino abbandono del Futurismo» (sta in Crali aeropittore, Electa 1994, pp. 147-148). Menon in seguito prese le distanze dall’amico artista (e da quella giovanile esperienza futurista) in particolare quando l’adesione di Crali al fascismo si fece più decisa e convinta (e per Menon imba14 razzante). In un appunto manoscritto dell’ottobre 1997, Menon scrive: «Pocarini Crali io le vittime (…) del vecchio futurismo anni 20 30 la povera provincia la mancata coscienza al tempo e forse anche il ridicolo».

18 Queste notizie ci sono state fornite da Antonella Gallarotti, responsabile dei fondi speciali della Biblioteca statale isontina, che qui ringraziamo, insieme al suo collaboratore Fulvio Filiput, per la cortese e generosa collaborazione.

19 Appena uscito, il libretto ottenne una sola recensione, anzi una solenne anche se concisa stroncatura, firmata Panini sull’«Eco dell’Isonzo» di giovedì 25 dicembre 1930, che riportiamo quasi per intero nell’Appendice alla biografia. Di ben altro tenore, per spessore e acutezza di sguardo critico, quella che al nottivago e «ad alcune novelle umoristiche» di Menon dedicò due anni dopo sulla «Panarie» Bindo CHIURLO in un breve saggio (v. sempre l’Appendice alla biografia) dedicato agli Scrittori nuovi a Gorizia (a. XIII, n. 52, pp. 257-262). Su Chiurlo (Cassacco 1886 – Torino 1943) – critico letterario, storico della letteratura e poeta in proprio anche in friulano, docente universitario, fondatore del primo istituto culturale italiano nel mondo (Praga, 1923), fondatore con Ugo Pellis e altri della Società filologica friulana (Gorizia, 1919) – cfr. l’apposita voce redatta da Gianfranco D’Aronco per il Dizionario biografico degli italiani, vol. 25 (1981), nonché R. PELLEGRINI, Chiurlo Bindo, docente, critico e poeta, in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei friulani, 3. L’età contemporanea, a cura di Cesare Scalon, Claudio Griggio e Giuseppe Bergamini, Udine, Forum, 2011, pp. 904-913.

20 «ai nottivaghi ai maghi posseduti da Dioniso alle menadi agli iniziati», fr. 1 = 22 B 14 DK

21 Vinse il concorso per la cattedra con la votazione di 82/100 ottenendo l’11° posto in graduatoria.

22 Cfr. George STEINER, I libri che non ho scritto, Garzanti, Milano, 2008, pp. 69-102

23 In ordine cronologico: Piero Pezzè, Tarcisio Todero, Cecilia Seghizzi, Enrico De Angelis Valentini, Franco Dominutti, Daniele Zanettovich, James Dashow, Aulon Naçi, Alessio Venier, Vittorio Vella

24 Il concerto venne trasmesso per la prima volta da «Radio Friuli Venezia Giulia» nella rubrica Musiche di autori della regione il 26 gennaio 1976; esecutori: Arduino Zamaro (tenore), Tarcisio Todero (pianoforte); nuova replica su «Radio Trieste», trasmissioni in lingua slovena, il 21 gennaio 1977 (registrate in Siae il 2 maggio 1972 al n. 1076122). Da Pierluigi VISINTIN, Piero Pezzè musicista europeo nel Friuli del Novecento, Kappa Vu, Udine 1995, pag. 325.

25 Da R. CALABRETTO, I poeti di Piero Pezzè, sta in «Ce fastu?», n. 1 gennaio-giugno 2003, Societa Filologica Friulana, Udine, pp. 111-129.

26 James Dashow, statunitense, pioniere della computer music, è stato tra i fondatori del Centro di sonologia computazionale dell’università di Padova. Ha insegnato al Mit, all’università di Princeton, al Centro per la diffusione della musica contemporanea di Madrid e al Musica Viva Festival di Lisbona. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo (Bourges International Festival of Experimental Music, Fondazione Guggenheim, Linz Ars Electronica Festival, Fondazione Fromm, Biennale di Venezia, Rai, Usa National Endowment for the Arts, Fondazione Rockefeller, Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano, Fondazione Koussevitzky, Prague Musica Nova, Harvard Musical Association di Boston). Nel 2000 si è aggiudicato il prestigioso Prix Magistere al 30° Festival interna15 zionale di musica e arte sonora elettroacustica di Bourges. Vive con la moglie in una casa isolata sulle colline della Sabina, a nord di Roma.

27 Sui rapporti tra Menon e Ivanov, che in ogni caso andrebbero indagati meglio e più a fondo con opportune ricerche d’archivio, riportiamo l’interessante testimonianza resa dal nipote Giorgio Bombi: «Nell’immediato dopoguerra (1945 o 1946) lo zio Nino pubblicò su un quotidiano udinese (Libertà? Messaggero Veneto?) sotto uno pseudonimo che non ricordo un articolo titolato Affitti e prestiti. Dal Nord, Virgilio, scritto in collaborazione con Alessandro Ivanov, allora insegnante di liceo – almeno credo – e successivamente professore ordinario di lingua e letteratura russa all’università di Udine. Se non ricordo male, l’articolo conteneva la recensione di un libro dedicato a Virgilio e probabilmente tradotto dall’inglese. Purtroppo da una ricerca in rete non sono riuscito a reperire l’articolo, ma credo che consultando le raccolte dei giornali dell’epoca non dovrebbe essere difficile ritrovarlo. Il titolo alludeva alla legge affitti e prestiti che è il nome con cui in Italia si indicava il programma di aiuti militari degli Stati Uniti ai loro alleati denominato Lend- Lease. A proposito dei racconti sboccati e licenziosi, l’autore era il solo Ivanov (ma la cosa andrebbe verificata). Ricordo per esempio la storia di Leonardo da Vinci, costruttore di una macchina idraulica per masturbarsi (per cui dal chiuso delle sue stanze proveniva il suono di ‘un perenne scorrer d’acque’) e l’altra di Zorzo da Castelfranco, detto Zorzon per le dimensioni dei suoi attributi; ma ricordo anche la storia, patetica, del dente Ivan, perduto su un campo di battaglia. Non mi risulta però che questi racconti siano mai stati pubblicati. Sedendo e mirando è invece il titolo di un libricino di Ivanov di cui ti accludo la copertina. Non mi risulta che fosse il titolo di un racconto; sono però sicuro che lo zio Nino rivendicava a proprio merito l’interpretazione scatologica della citazione leopardiana e rimproverava a Ivanov di essersene impossessato. A questo proposito, ricordo che mi fece leggere Giallo cromo di Aldous Huxley, facendomi notare le pagine dedicate al problema della collocazione dei cessi, che dovrebbero essere ‘posti nel punto della casa più vicino al cielo e provvisti di finestre che consentano all’occhio di spaziare su panorami vasti e nobili’ e muniti di ‘scaffali contenenti i frutti più maturi della saggezza umana, come i Proverbi di Salomone’».

28 Cfr. la testimonianza di Ignazia Marilena Grasso (III A, 1951/52) pubblicata nel volume Il liceo classico Jacopo Stellini. Duecento anni nel cuore del Friuli, Associazione «Gli stelliniani», Forum, Udine 2010, pag. 547.

29 Luigi Rapuzzi (Sacile 1905 – Milano 1968), professore di scienze naturali e geologo dilettante, è stato il pittore futurista più importante di Udine nel periodo 1922-1928. Partigiano nelle formazioni Garibaldi durante la Resistenza, Rapuzzi fu anche scrittore di fantascienza con lo pseudonimo di Johannis (adottato in onore di un suo antenato, capitano di ventura della Serenissima, «grande ubriacone e donnaiolo scatenato») quando gli editori italiani non pubblicavano opere di autori con nomi italiani. Pubblicò romanzi e racconti per Urania, la storica collana di SF di Mondadori, allora unica in Italia nel genere e nel 1957 fondò a Udine Galassia, una rivista cult per l’epoca. Amico dell’altro pittore futurista friulano Ernesto Michaellis, poi divenuto un noto ufologo, alla fine della guerra Rapuzzi (che si firmava Johannis anche come pittore) emigrò clandestinamente negli Usa, a New York, da dove, una volta scoperto dall’Fbi che lo teneva d’occhio perché aveva affrescato la casa del noto mafioso Frank Costello, venne espulso nel ’51. Anche negli States frequentò a lungo il mondo degli ufologi e degli scrittori di science fiction. Nel febbraio 16 del ’32, insieme allo scrittore futurista Michele Leskovic (pseudonimo Escodamè) e a Menon, Rapuzzi organizzò al teatro Puccini di Udine una provocatoria serata dedicata al marinettiano Teatro della Sorpresa che si concluse con una scandalizzata e inviperita reazione del pubblico.

30 Menon ha viaggiato poco o niente, non amava il genere. «Viaggi pochi, inutili», annota lapidario in una autobiografia manoscritta predisposta per la raccolta I binari del gallo.

31 Annotazione del 2-3 settembre 1996 (foglio 93): «Ho avuto poco, non ho voluto potuto avere, ora non ho più niente, una vecchia bicicletta (rotta), una vecchia macchina da scrivere (rotta), non ho più le mie carte, i miei libri, li hai tu, io non voglio niente, va bene, molto bene così».

32 Menon e la moglie Silvia hanno sempre avuto un cane. L’ultimo, prima che il professore morisse, era vecchio e un po’ malandato e «Nino – ha raccontato la moglie – per aiutarlo a salire sulla poltrona, aveva voluto che gli mettessi accanto una cassetta della frutta rovesciata».

33 A quel passerotto il poeta ha dedicato una serie di poesie-filastrocche. I versi, pur dattiloscritti non sono con evidenza definitivi e risalgono al periodo gennaio-agosto 1993 quando Menon aveva 83 anni; l’uccellino è probabilmente lo stesso che per un certo periodo, ogni mattina, andava a trovare il professore sul terrazzo di casa sua in via Carducci. Ecco i versi: «bell’uccellin belverde / batti l’ala sguarnita / scuoti la piccola testa / e la luna non viene / non ascolta il tuo pigolo / ah uccellino infelice / bruci d’amore / un solo nome in pensieri / e nasce e rinasce»; «bell’uccellino bell’uccellino / stinta piuma stanc’ala / tu t’aggiri in verzieri d’amore / stoni il tuo canto / chiami lune impossibili»; «bell’uccellino canto d’antico / nuovo verziere ti insidia / ti spia malestro / ah bell’uccellin / tuo canto è fatica di gola / è traverso / di luna»; «bell’uccellino tu canti / l’ultima forza / l’ultimo amore / è poca la forza è grande l’amore»; «amore amore gridi / chiami la luna / ah bell’uccellino svampito (sguarnito, smarrito) [varianti dell’autore] / tu gridi l’ultimo amore / tu chiami l’ultima luna»; «bell’uccellino nino / è flebile il canto / è piccolo il cuore / è grande l’amore / e non cede / varca fatiche / l’ora del giorno / vince l’anno mortale». Risale sempre al 1998 un abbozzo (manoscritto stavolta e quindi a uno stadio compositivo ancora più grezzo e primitivo dei versi dedicati all’uccellin belverde) di versi in marilènghe furlane: «passerut / tu tu sunis ciampanis / quand ça ven la prime matine / (il prin lusor) /tu tu sunis il ciampanut / quand i frutins (fruts) / …. / scuele / tu tu sunis / ciampanis / quand gli omins a van a gustà / tu tu sunis ciampanis / quand cal ven scur da gnot / fonso fonso / tu tu ses l’orloi de la int» (cfr. in questo stesso libro l’antologia con le poesie composte da Menon in friulano).

34 Tra le carte lasciate da Menon chi scrive ha trovato un appunto dattiloscritto riguardante I binari che vale la pena di riportare integralmente: «(il titolo è un mio verso non scelto da me scelto da sgorlon io avevo in mente altro altri titoli ora che è così interpreto dico il gallo il canto del gallo il segnale dell’alba della luce che torna vita che ricomincia l’uomo è lì davanti a lui la realtà i binari il binario due oggetti uguali di uguale dimensione e poeso i binari che si perdono lontano la scelta impossibile razionalmente dissoi logoi isostenia dei logoi e si vive non si sceglie la scelta viene da sola senza nostro intervento spinte esistenziali per la sopravvivenza scelgono costringono a scegliere a decidere fra il sì ed il no il bianco o il nero etc) la cosiddetta scelta avviene senza di noi per un casuale incrocio 17 incontro di circostanze che siamo sì noi ma che sfuggono al nostro controllo / ricordare sofisti ercole al bivio il gallo l’uomo la vita dell’uomo l’uomo che vive la realtà un binario un bivio continuato una scelta impossibile una scelta d’obbligo) il gallo l’uomo che vive i binari la realtà la scelta impossibile la scelta obbligatoria / la vita una frasca sbattuta dal vento qua qui e la luce una foglia nella luce nell’ombra la bivialità continuata una scelta che avviene che non avviene / il binario l’equiforza di due discorsi contrapposti l’equivalenza del sì e del no e non si decide non si sceglie la scelta è solo un incontro uno scontro di casualità / il gallo il grido della luce il tradimento il segnale del ripetuto tradimento la menzogna ripetuta per vivere».

35 v. sopra p. 1 della biografia e l’Appendice, passim.

36 I 25 pacchi di fogli manoscritti e dattiloscritti ora confluiti nel Fondo Menon costituito nella biblioteca Joppi di Udine sono le uniche carte che il curatore ha rinvenuto nell’appartamento di via Carducci 48. Non c’era nient’altro: né poesie, né i sonetti che il poeta scriveva negli anni ’40-’50 (i dieci che si pubblicano in questo volume sono stati messi cortesemente a disposizione da una ex allieva del professore), né il diario, né i quaderni dove trascriveva le poesie di cui era particolarmente soddisfatto, né la copiosa (si suppone da vari indizi e testimonianze) corrispondenza che intratteneva in particolare con le ex allieve (si sono salvate soltanto 5 lettere dell’agosto 1968 ora in MENON, cit. pgg. 127-141), né i suoi libri personali di lettura e di studio. Già al momento della sua morte, come testimoniano i nipoti Bombi, lo studio del professore appariva svuotato e spoglio. Da precisi indizi e da annotazioni del poeta, si può affermare che moltissime poesie, la corrispondenza personale e probabilmente il diario sono stati distrutti da lui stesso («migliaia di poesie [...] che io non sono riuscito a bruciare», scrive nel novembre 1995, confermando il volontario autodafè di tutto il resto); i quaderni con le trascrizioni, sicuramente molte poesie nonché i suoi libri sono stati donati alla persona che lui ha amato negli ultimi 20 anni della sua vita («Mai tanto, mai così, mai a nessuno solo a te», agosto ’96). Anche Maria Carminati, ex allieva e curatrice con Carlo Sgorlon della raccolta I binari del gallo, ha conferito al Fondo Menon centinaia di inediti poetici e altri scritti (in prevalenza datati 1999) che il professore le aveva affidato.

37 Cfr. l’Appendice alla biografia.

38 In un appunto dell’aprile-maggio 1997 contrappone la storia alla filosofia e alla poesia: «La storia sì invece per rendersi conto che niente cambia, che resta come sempre, uccidere per vivere e dimenarsi smaniare senza risolvere niente, la morte è la dominatrice ». Riflessione che rimanda a quest’altra dell’ottobre dello stesso anno: «Alla fine che cosa resta di certo? Non le domande su Dio e il male nel mondo, biologia e medicina, sì vivere sopravvivere, ma solo la morte è certa, il resto è gioco indemoniato, tempo buttato via».

39 Cfr. l’Appendice alla biografia.

40 Come questa dell’aprile 1999: «Visse oscuro nudo e spaventato, visse lontano, sgattaiolò fra le maglie, asserì che la sua autocoscienza era l’universo che gli oggetti fisici erano nulla gli oggetti metafisici niente che la verità era il suo tornaconto mutevole istantaneo / la sua parola era ritirarsi schivare / che non sapeva niente che non voleva sapere niente che voleva solo mangiare defecare dormire / disse che la realtà era la sua storia che la sua storia era il suo cibo il suo sterco il suo sonno»; «Non c’è situazione della mia vita alla quale io non pensi con incredulità e spavento»; «Ho aspettato, ho sperato per un’intera vita, ho aspettato più o meno immobile» (aprile-maggio 1997). E ancora: «contadino, cristiano, 18 vaneggiamenti, contrasti, paratassi, nominalismo, imperio prosodico, onomaturgia» (31 maggio ’97).

41 In alcune poesie del settembre-ottobre 1997 Menon così si riferisce al Cristo: «mio percosso gesù», «il nudo gesù», «l’uomo gesù», «ah mi ride gesù / mi mostra la vita». Oppure si veda la poesia 4673 del settembre-ottobre 1997: «sdoganarti bandiera cattolica / da insidie / da fini dottrine / dire soltanto il mio dio / il mio cristo gesù / sdoganarti mia fede / e dire un padre ed un figlio / una sola bontà». E nell’agosto 1996: «Un bilancio prima della morte, il bilancio di un ventennio [la durata dell’ultimo amore, ndc.], tante gioie e tanti patimenti, tante dolcezze e tanto amaro (…). Non ho rimorsi, ho dato tutto quello che avevo, quello che potevo, ho dato tutto e più di tutto, non ho ingannato, (…) non ho tradito, ho fatto tutto il mio possibile e più del possibile e su ciò Dio mi giudicherà, ma non temo il suo giudizio»; «Notte bilancio e confessione. Ho avuto una v(ita) F(elice) e una L(unga) V(ita). Ho dato egoisticamente poco. Ho sempre risparmiato con ostinazione senza (…) avarizia. Ho ricevuto molto, tutto quello che mi occorreva. Ho tutto un M(ondo) con il quale sono coinciso, mi ha dato soddisfazioni e valori e piacere alla fine della v(ita) (…) Ho tutto ciò che non avevo mai (avuto?), ma è finito presto dati i tempi, ma io non mi lamento di niente, forse soltanto di una cosa, di non avere aiutato mio padre nei momenti del suo bisogno, mi ha dato tutto, io quel poco che ho potuto»; «La stupidità umana non ha limiti, la follia, la malvagità della natura o di Dio non ha la possibilità di essere capita o perdonata». E ancora: «Condanna e maledizione e io ti chiamo mio Dio, aiutami mio Dio» (1998).

42 cfr. F. NIETZSCHE, L’Anticristo, in Opere, vol. VI, t. III, Adelphi, Milano 1970

43 «La mia strada della scomposizione: I Baudelaire ma lui(?) ancora arcaico, poi II Rimbaud e (…) III Valery, Mallarmè e un salto(?) a Esenin». Gli esponenti principali dell’ermetismo italiano invece Menon li nomina poco o punto; per ora abbiamo trovato solo una annotazione del settembre-ottobre ’97 dove scrive: «Più (ma molto poco) Quasimodo che Montale».

44 cfr. più sopra la citazione a proposito di Giuseppe Rensi; cfr. anche un passo della seconda lettera (15-16 agosto 1968) inviata alla destinataria di un canzoniere d’amore (sta in G.G. MENON, cit., p. 135): «E qui ti dicevo del mio principio a undici anni, del piccolo libro (e dentro uno sbaglio mio ripetuto) che ho dato a te sola, di Baudelaire trovato presto e globale, intorno al ’34, e di Rimbaud in punta di occhi, di Mallarmé che traducevo a stento, e ancora di Rimbaud bevuto questa volta (’55) sino all’ultima goccia e di Esenin (’58) definitivo. Maturò la mia ora, / non mi spaventa il fischiar della frusta». Oppure l’appunto del 3 giugno 1997: «Il valore dei simboli non è fisso costante, i simboli hanno valore diverso nei diversi contesti e (…) può riferirsi, si riferisce a cose a situazioni a episodi diversi, non bisogna lasciarsi ingannare dalla stessa parola, simbolo di cose diverse che si riferisce a cose diverse».

45 «Io rivendico alla mia poesia l’originalità, copia di tutti e di nessuno, frutto di lunghe letture affaticate, di meditazioni solitarie, non di colloqui sociali» (agosto 1996)

46 Secondo la testimonianza di una ex allieva raccolta da chi scrive.

47 «La lingua condiziona discorso poetico e discorso in genere, es[empio] era emma diventa sesa»; «Ripeto: le catene nietzschiane sono la prosodia. Poesia è silenzio di poeta, poeta rompe silenzio inventando parole, poeta non crede a sue(?) parole, fa credere sue parole al lettore, poeta non sogna, poeta inventa sogni per gli altri, poesia non è fanciul19 lezza(?), è alta maturità; è vita solo l’invenzione, il sogno inventato, non per crederci, non per sognare ma per fare sognare gli altri, per imbrogliare gli altri, ad esempio la poesia»; «La lingua, il lessico, gli accenti condizionano la poesia» (luglio-agosto ’96). Per altre riflessioni sulla sua poetica, cfr. l’Appendice alla biografia. In tutte le migliaia di carte, foglietti, appunti contenuti nei 25 contenitori trovati nella casa del poeta e confluiti nel Fondo Menon della biblioteca Joppi, abbiamo trovato un solo esempio di poesia spiegata dall’autore, la n. 4641 dell’ottobre 1997. La riportiamo per intero con la decrittazione fornita da Menon (sottolineature nell’originale): «come suoni come suoni / quelle carte fra i raggi / e passare e ripassare le attese / e oggetti di morte le stelle / e sempre più lontani / aghi e teli e vetri / sempre più antichi / i ritorni» [Medea i miei anni intorno a(i) 14-15 una casa più in là della nostra (e dei nonni) una giovinetta venuta presso parenti da Milano cuce dietro (i) vetri e io la vedevo ed è così amore e io in bicicletta passo e ripasso davanti a quei vetri e vanità e stolta fanciullezza ho messo una cartolina vicino alla ruota della bicicletta in modo che suoni urtando nei raggi della ruota fingendo di essere una motocicletta e quella ragazza attraverso la piccola serva di sua nonna mi diede appuntamento per la sera e io non andavo e (...) aspettare e non venire è cosa da morire e adesso quei vetri etc sono sempre più lontani e sempre più antichi i miei impossibili ritorni. Non ho mai saputo il nome, forse solo il cognome Mòntina?], sottolineature nell’originale.

48 Cfr. poesia n. 2912 del giugno-agosto 1997: «(…) i nini morti d’amore (…)». «Perfino Nietzsche, nel suo agghiacciante isolamento, invoca a gran voce un’eco che gli risponda» (G. STEINER, La poesia del pensiero – Dall’ellenismo a Paul Celan, Garzanti, Milano, 2013, p. 170).

49 «Rovistare, rimestare giorno dopo giorno, diminuire, sveltire, rifiutare, rinunciare giorno dopo giorno, solo l’essenzialissimo»; «Solitudine, limitare esigenza di comunicazione, di approvazione altrui. Semplificazione, elisione, rinuncia e rifiuto, essenzialità, schema» (agosto 1996); «Eliminato anche il sapone da barba» (nota autografa, senza data, consegnata a M. Carminati).

50 «Tu dici – scrive nell’agosto 1996 rivolgendosi alla donna che è stata l’amore degli ultimi vent’anni – che mi stanco a scrivere, e che cosa dovrei fare in tutte queste vuote ore di solitudine[?]».

51 A questo punto il lettore avrà notato che manca qualcosa nella biografia del poeta, una parte importante: il Menon insegnante. Non è una dimenticanza né un’omissione casuale. In questi anni, riallacciando i rapporti con molti miei ex compagni di classe o con altri ex allievi di Menon più anziani o più giovani di noi, ho constatato che quasi ognuno di loro ha una sua personale valutazione e ricordo di lui, spesso diversi e non coincidenti con quelli degli altri. Figura controversa e scomoda, eccentrico e bizzarro, istrione e narciso, manipolatore e ferocemente elitario, Menon è stato capace, in ogni classe dello Stellini dove ha insegnato, di suscitare contemporaneamente violenti ‘innamoramenti’, altrettanto forti ripulse nonché ampie zone di indifferenza. Credo però che la pluralità di giudizi e di ricordi su di lui, a distanza di così tanto tempo poi, debba essere considerata una ricchezza e anche il segno di quanto in profondità l’uomo abbia inciso nelle nostre coscienze e probabilmente anche in alcune delle nostre vite. A proposito del Menon insegnante – per come l’ho vissuto e lo ricordo io, almeno: l’argomento è inevitabilmente personale – si rinvia il lettore all’ultimo capitolo di questo libro dal titolo Il Fatale Professore ovvero «Qui per me ora blu».

Gian Giacomo Menon nacque nel 1910 a Medea (Gorizia), allora territorio austriaco. Dal 1937 all’anno della morte (2000) ha vissuto e insegnato a Udine.
Pensiero individualista, solipsista, pragmatista, sostenitore della isostenia dei logoi, definiva così i suoi «segnali di vita»: casualità, nudità, paura.

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